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One Planet for All
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Occorre credere nella vita, e non sono le predizioni dei Maya che ci spaventano, quello che ci atterrisce è ciò che facciamo, il pianeta lo stiamo distruggendo noi stessi.
Riscaldamento globaleConsiderando il surriscaldamento globale, il riscaldamento del clima terrestre proviene da normali variazioni del clima. A ciò si somma il contributo artificiale dovuto all’azione della civiltà stessa. E’ l’uomo che incide sull’atmosfera introducendo un aumento di CO2 e metano. Gli scienziati ritengono che l’incremento di questo gas provochi l’aumento della temperatura terrestre.
I dati scientifici sono importanti, ma più importante ancora è  rendersi veramente conto di ciò che sperimentiamo in carne propria. Lo scioglimento dei ghiacciai sulle montagne, il disfacimento degli iceberg ai Poli, mette in pericolo l’habitat naturale di uomini e animali.
Polo Nord
In più la deforestazione di grandi zone del pianeta incide sull’alzamento dell’effetto serra. La salute malferma degli abitanti delle grandi città, testimonia chiaramente l’effetto quotidiano dell’inquinamento provocato dall’emissione di polveri sottili.
Lo stato di salute del pianeta ci tocca da vicino più di quanto noi possiamo pensare. In effetti, Doha, capitale del Qatar, è stata la sede della diciottesima conferenza delle Nazioni Unite sul cambiamento climatico, conclusasi l’8 dicembre. E’ stato deciso che il protocollo di Kyoto si prolungherà fino al 2020. Il Primo Ministro del Qatar Abdullah bin Hamad Al Attiyah, ha sottolineato che il protocollo aggiornato sarà vigente a partire dal 2013.  In questo conclave quasi 200 paesi hanno esposto un piano unico per fronteggiare il problema del

surriscaldamento globale sino al 2020. Inoltre la conferenza ha rilevato in modo preoccupante che gli sforzi della comunità internazionale finora non sono riusciti a fermare le emissioni dei gas provenienti da tanti settori della civiltà stessa. La situazione climatica mondiale, quindi, continua a essere il pensiero preponderante degli uomini di oggi.
Hugo  Campos

 
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Dal Brasile a Bassano del Grappa.

Continuando con il nostro ciclo di interviste, oggi incontriamo il sociologo Luis Alberto Gómes de Sausa, dell’Università Candido Mendes de Rio de Janeiro. Il
professor de Sausa partecipa alla festa annuale di Macondo, Organizzazione per l’incontro e la comunicazione tra i popoli, e dal grande Brasile ci porta la sua
testimonianza. La lingua portoghese imprime il ritmo e in quadra in modo particolare la nostra conversazione.

Dim lights

 
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Le sfide d’essere cristiani in AMAZZONIA

Vivere oggi in Amazzonia può sembrare meno problematico che vivere a Milano o a Parigi o, peggio, ad Atene.

Da quelle parti si vive quotidianamente schiacciati dalla pressione finanziaria, che distrugge in fretta le conqiste sociali del dopo guerra. Non si sa, infatti, che cosa succederà domani. Qui in Amazzonia la sfida è minore, ma solo in apparenza, perché anche noi abbiamo a che fare con la crisi che sta desolando l’eurozona e quella del dollaro. L’intensità e le forme della nostra crisi sono un pò diverse, ma le insicurezze e i rischi forse sono anche superiori a quelli dei milanesi e dei parigini.

Ottenere informazioni più oggettive, creare coscienza critica, scoprire da dove passa questo cambiamento epocale e, al tempo stesso, vivere in questa regione tanto desiderata dal mercato, aumenta in noi preoccupazioni ed angustie.


Sono prete diocesano da 41 anni, figlio dell’Amazzonia, discepolo del Concilio Vaticano II, delle decisioni dei vescovi latino-americani a Medellin (1968) e della teologia della liberazione. Sono nato nel municipio di Santarém, proprio al centro della foresta amazzonica. Vedo ed osservo come la nostra regione é contesa e saccheggiata da progetti che vengono da fuori e anche dall’estero.

Oltre al lavoro come animatore pastorale di 10 comunità nella periferia di Santarém (220.000 abitanti), da 11 anni sono coordenatore della radio della Diocese. E ciò impone ad un formatore di opinioni la responsabilità di annunciare buone notizie e denunciare le ingiustizie. La radio é uno strumento importante in questa immensa Amazzonia. Por questo, più che coordinare l’emittente, produco programmi radiofonici, che tentano di provocare le conscienze delle/degli ascoltatori, affinchè aprano gli occhi e si rendano conto, perché i nostri popoli continuano ad essere poveri e perfino miserabli, mentre le ricchezze transitano tutti i giorni sotto gli occhi sulle navi che solcano il nostro fime delle Amazzoni e sui camion carichi di legname, che arricchischono i soliti pochi.

(vedi www.radioruraldesantarem.com.br).

Da questa posizione privilegiata con una grande responsabilità socio-politico-teologica, devo condividere una coscienza critica con la popolazione che ci segue nella pastorale e nell’ascolto radiofonico alla ricerca di un cambiamento per un mondo che sia possibile. Perciò sono anche n militante delle cause dell’Amazzonia.

Questo idealismo mi porta a studiare parecchio la società in cui viviamo al fine di capire il perché della crisi finanziaria internazionale e le sue ripercussioni nella vita del Brasile. Questo paese leader dell’America latina, membro dei BRICS (paesi emergenti : Brasile, India Cina), che si vanta di aver soppiantato l’Italia nella lista dei paesi del cosiddetto G-8, affermando di essere, oggi, la sesta economia più ricca del pianeta.

La sua fragilità, oltre ad essere il paese più scandaloso per disuguaglianza sociale (¼ della popolazione vive nela miseria con 2 dollari a testa al gorno), consiste nel fatto, che la sua ricchezza che fa aumentare il PIB, si basa per la maggior parte sull’esportazione di materie prime e di prodotti semi-lavorati.

In questo contesto si evidenzia la nostra grande sfida ed angustia. L’Amazzonia é la grande vittima. Per il fatto di essere l’Eldorado delle materie prime e dei semi-lavorati (minerali, legname, bestiame, risorse idriche, prodotti agricoli, soia), di cui il mercado globale è sempre più avido, dobbiamo affrontare almeno 5 grandi nemici della Amazzonia, delle nostre culture, popoli, risorse non rinnovabli e biodiversità. Si tratta: dei produttori di soia, imprese di legname e di minerali, latifondisti e, purtroppo, del governo federale con il suo programma di  accelerazione della crescita economica (PAC).

Questi nemici non rispettano i nostri popoli (più di 100  con le loro culture, lingue e territori), invadono la nostra sovranità territoriale, violano i nostri diritti, pur di saccheggiare i prodotti della regione, anche con la costruzione di dighe idroelettriche (ne sono previste 38, di cui 5 già iniziate), per produrre “energia pulita” per loro e sporca per chi abita lungo i fiumi, gli indigeni e gli abitanti delle periferie delle città.

La nostra lotta immane oggi si fonda su tre linee d’azione: a) denunciare tutta questa distruzione in nome della crescita economica della sesta economia del pianeta, alle spalle del sacrificio e distruzione della regione e dei suoi 25 milioni di abitanti; b) scuotere la coscienza delle popolazoni della regione attraverso la radio e altre tecnologie di informazione. Fare aprire gli occhi per ricercare le cause della nostra povertà, mentre tante ricchezze vengono sfruttate; c) Formare gruppi di militanti della società civile per opporsi a questa avanzata devastatrice dell’Amazzonia. Solo con la resistenza attiva della società possiamo fermare questa distruzione.


Essere prete in Amazzonia significa assumere un compito profetico, come ha fatto Mosé, interpellato da Dio, mentre badava alle pecore del suocero: “Ho ascoltato le grida del mio popolo e ti ho scelto : vai, libera il mio popolo dalla schiavitù dell’Egitto...” (Esodo, 5). Come Gesù Cristo quando ha accettato la sua missione proclamata nella sinagoga di Nazareth : “Lo spirito de Signore è su di me, mi ha unto e inviato ad annunciare buone notizie ai poveri, aprire gli occhi ai ciechi e liberare gli oppressi...” (Luca, 4,16).

Se io tacessi e solo pregassi, le pietre urlererebbero al mio posto.

Pe. Edilberto Sena, 69 anos

Parroco, locutore e militante delle cause sociali.

Santarém, Pará, Amazônia

 
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